Sto cercando di ripulire le macchie di sangue dal lavandino quando sento suonare il campanello senza sosta. Sento un brivido che risale lungo la mia schiena, fino al mio collo, costringendolo a un piccolo spasmo. Con la ferrea determinazione di chi ha le spalle al muro, lo soffoco. Lo sento penetrarmi il cranio come un grosso spillo e conficcarsi nella materia grigia. Non mi abbandonerà, questa sensazione. Dovrò imparare a conviverci. A fingere che non esista. Mentre alzo gli occhi scorgo la mia figura riflessa sul vetro della finestra, e verifico che il mio sorriso sembri ancora candido e innocente. Poggio la spugnetta d’acciaio su un angolo della vaschetta e mi asciugo le mani sul grembiule coi limoni che mi sta ormai un po’ stretto sulla pancia, e caracollo lentamente verso la porta.
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Faccio fatica a riprendere aria dopo la corsa forsennata per le scale del palazzo.
Suono alla porta da qualche minuto, ormai, ma non ricevo risposta.
Non me ne sarei dovuto andare sbattendo la porta, quando mi arrabbio divento infantile. Arrivato nell’androne del palazzo avevo già capito di aver esagerato, ma sono passate diverse ore fino a quando ho ripreso le scale nel senso opposto. Alla quinta rampa il fiatone mi ha ricordato che avevo iniziato a correre senza nemmeno accorgermene.
Lasciarla sola, proprio oggi, è stata una pessima idea.
Finalmente, la porta si apre. Un forte odore di ammoniaca mi colpisce il naso con la violenza di un pugno.
Ha addosso il grembiule coi limoni, quello che le ha regalato mia mamma. Da qualche settimana non le si allaccia più bene.
Mi sorride con mezzo secondo di ritardo, con un sorriso imparato a memoria che le tende così tanto il viso da farlo sembrare di cera. Dietro ai suoi occhi non trovo né innocenza né colpa. Solo un vuoto immobile, come se una parte di lei fosse rimasta indietro e il resto del corpo avesse continuato a muoversi per inerzia. Ha un dito fasciato e sul bancone della cucina c’è un coltello ad asciugare.
“Fa’ vedere.”
“Non è niente. Solo un graffietto.”
Le sciolgo la fasciatura. La carta da cucina è già zuppa e un piccolo rivolo di sangue ricomincia subito a calare lungo le falangi.
“Ti prendo un cerotto pulito.”
Le bacio la mano ferita e vado al mobiletto sopra il frigorifero, dove teniamo la scatola di pronto soccorso.
Passando davanti al lavandino, mi sorprendo a notarlo perché non credo di averlo mai visto così pulito. Non un alone, non una goccia d’acqua.
Allungo la mano verso la scatola e noto che sul soffitto c’è un minuscolo schizzo rosso.
Per un attimo resto immobile.
Il dito non basta a spiegare quello schizzo.
Mi accorgo che lei ha seguito il mio sguardo, per un istante il sorriso le scompare dal volto.
Dietro di lei, la porta del ripostiglio è rimasta socchiusa e dentro si intravede soltanto un grosso sacco nero.
Sorride di nuovo.
“Sono un’imbranata.”
È ancora lo stesso sorriso.
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