Le esplosioni

Ricordo il nostro primo incontro tra i lecci assolati di un agriturismo, la prima settimana di settembre. Ci scambiavamo sguardi timidi, ciascuno preoccupato di voltarsi nell’istante in cui l’altro, sentendosi osservato, si fosse girato a guardare. Sembrava che le nostre teste fossero legate da un elastico troppo corto che non permetteva ai nostri occhi di incrociarsi, e questo strano balletto ci allontanò, quasi avessimo capito che il destino non ci prevedesse.

Qualche giorno dopo, mentre aeroplani si piantavano dentro due torri a qualche continente di distanza, anche noi venivamo colpiti dalla violenza: le nostre labbra si mischiavano e i nostri denti si riprendevano il loro spazio, mordendole come frutta matura; le nostre mani lasciavano lividi per una stretta troppo forte, come se avessimo paura di volare via. Quella è stata la tragedia più grande a cui abbiamo assistito, seconda solo a questo amore che ci ha colto impreparati e, anni dopo, quando la polvere e i detriti erano già stati sostituiti da un’alta fontana, ci ha lasciato vecchi, stanchi e amari.

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